Fresco di stampa: Infolio n.1 2014-15

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 Buona o cattiva scuola, questo il problema
L’attuale anno scolastico sarà ricordato da noi insegnanti anche per i “rumors” provocati dalla ennesima, forse imminente, riforma scolastica denominata dal nostro governo “La buona Scuola”. Un’intitolazione auto celebrativa che ha usurpato il nome di una legge di iniziativa popolare ("per una buona scuola per la Repubblica",2006), dopo ampia condivisione tra gruppi di insegnanti che avevano animato i comitati contro la Moratti, incen-trata su alcuni punti essenziali, in primis la difesa della scuola pubblica e l’aumento della spesa pubblica per la scuola.
Questo titolo tra il target e lo slogan, dovrebbe essere rassicu-rante, ispirare fiducia e ottimismo ma singolare il fatto che una proposta di “riforma” della scuola porti un titolo non burocratico, bensì uno squisitamente ideologi-co. Non sfugge il retrogusto logi-co di questo apparete buonismo: se la scuola “buona” fa crescere il Paese, chi è contro questa “riforma” è, invece, fautore di una scuola cattiva e, quindi, in realtà vuole porsi come ostacolo alla crescita del Paese. Perché all’Ita-lia serve la scuola “buona”? Perché – questa è la risposta – essa “sviluppi nei ragazzi la curiosità per il mondo e il pensie-ro critico. Che stimoli la loro crea-tività e li incoraggi a fare cose con le proprie mani nell’era digitale”! Quindi, l’assunto di par-tenza, per il quale si rende necessaria la riforma, è che la scuola cattiva sinora non è stata in grado di stimolare la curiosità dei ragazzi e lo sviluppo del pensiero critico!?
Ciò che inquieta è la lunga ombra di decenni di “cattiva scuola” che il faro della buona scuola produ-ce intorno a sé. È come quello che ti dice «quel bambino è buo-no, l’altro invece è cattivo» poi, se mai, nella realtà si rivela tutto il contrario.
È come un buon piatto, non è detto che tale sia per tutti. Il fatto è che dentro agli aggettivi qualifi-cativi, buono, cattivo, ci sta tutto e il contrario di tutto. Il profilo della buona scuola tracciato dal governo pare i disegni della setti-mana enigmistica, quelli che unisci con linee i diversi punti e ti viene fuori una figura. Sono dodi-ci i punti segnati dal governo da unire per avere una buona scuo-la. Gli autori sono stati abili nel rivestire ogni concetto di una ver-nice accattivante. Ma basta grat-tare un po’ per ritrovare i luoghi comuni che conosciamo bene.
Delle implicazioni sulla didattica si dice ben poco, come è prevedibile.
Le competenze didattiche non sono richieste, l’importante è saper fare tante cose, il docente duttile prima ancora che flessibile.
L’impostazione di fondo è quella di valorizzare un concetto – di per sé positivo – come quello dell’autonomia scolastica, piegandolo ad una logica di mercato, dominata dall’ideologia della competizione.
Dietro tanto fumo, infatti, le uni-che misure concrete annunciate riguardano lo status giuridico degli insegnanti. L’ideologia della competizione viene instillata nel corpo dei docenti attraverso l’in-troduzione di un nuovo criterio di progressione della carriera degli insegnanti, non più basato sull’anzianità di servizio ma sulla valutazione delle attività svolte da ogni docente.
In questo modo si romperà la – pur sempre precaria – armonia della comunità scolastica. Tutti gli insegnanti saranno messi in competizione fra di loro. Alcuni dovranno prevalere ed altri dovranno necessaria-mente soccombere e
ciascuno avrà necessità di farsi apprezzare, più degli altri, dal dirigente scolastico e dai collabo-ratori di questi! E se non dovesse rientrare tra i migliori, ci sarà un ripescaggio? O un trasferimento in una scuola di docenti giudicati peggiori di lui e dove lui sarà uno dei migliori? Una corsa di tre anni per 60 euro…? La componente emotiva, passionale, l’amore che i docenti trasmettono senza mai stancarsi, ogni giorno, non sono menzionati in questo documento
Ma non basta!!
Chiunque, cittadino italiano, geni-tore, nonno, figlio, nipote, fratello, sorella, lavoratore e non, sogna-tore, sindaco, imprenditore, fosse stato alla ricerca di soluzioni dei complessi problemi della scuola, poteva partecipare fino al 15 novembre alla consultazione.
Affidare una valutazione della scuola a chiunque mi sembra un grave errore, poiché si finirà col parlare di scuola come si parla di calcio: tutti sanno tutto e entrano del merito di gioco, allenamento, partite, prestazioni… I giudizi, poi, sono sempre legati alla tifoseria e al fanatismo.
Spesso la gente giudica la scuola in base al suo vissuto, ai ricordi di insegnanti ritenuti “meritevoli” e che, magari, erano semplice-mente “simpatici” e forse poco preparati. I docenti più professio-nali e seri apparivano invece più severi, agivano con grande discrezione, mettendosi poco in evidenza e lavorando tanto!
C’è il rischio che il sogno della “buona scuola” si trasformi in un incubo, che produrrà soltanto negatività e danni sociali, producendo nei fatti una scuola “cattiva”.
Max