Fresco di stampa: Infolio n.1 2014-15

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DICOTOMIE
A ragionar per dicotomie “bello e brutto”, “buono e cattivo” si finisce spesso a parlar di luoghi comuni o a generalizzare così tanto il discorso da renderlo inconsistente e quindi tedioso. Cos'è il bello? Il rispetto di certi canoni di forma e proporzionalità di rinascimentale memoria? E allora l'arte contemporanea? (certo non tutta, ma...) Il kalòs greco che reca con sé un'idea insita di bontà? (aiuto, sento già intonare il controcanto della morale oppressiva di certe epoche tristemente note) o il tanto sbandierato De gustibus non est disputandum, o per dirla in chiave più moderna There's no accounting for taste? Ragionamenti sofisticati, involuti, certamente raffinati. Rimane il problema dei parametri, dei criteri di riconoscimento.
Personalmente non ho contributi originali da apportare al discorso, ma un semplice filo conduttore che spesso guida le mie scelte: bello e buono non sono in senso assoluto ma assurgono a valori fruibili quando svelano, dichiarano o semplicemente rischiarano qualcosa di profondamente umano, di umanamente insito. Umano troppo umano... (oddio, forse non è la citazione giusta, o forse sì?)
L.B.