Fresco di stampa: Infolio n.1 2014-15

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Mondo semplificato o complessità del reale?

Vogliamo vivere in un mondo semplificato?
Bene accomodiamoci, immaginiamo un grande spazio delimitato da una robusta recinzione, sulla porta d’ingresso campeggia la scritta “DICOTOMIE”; all’interno persone, idee, convinzioni rigorosamente separati con un filo spinato, questo termine è stato scelto per un ben preciso motivo, a dopo la spiegazione.
Da un lato abbiamo tutto il negativo, dall’altro tutto il positivo, nel dettaglio buoni-cattivi, belli - brutti, simpatici - antipatici, bianchi - neri, etero-sessuali - omosessuali, laici - credenti, potrei continuare all’infinito, ma, nel rispetto della vostra pazienza, mi fermo.
Chi sarà l’ente che ha progettato questo spazio e, soprattutto, con quale criterio, per quali fini e in quali condizioni gli esseri umani si lasciano così facilmente sedurre da questa categorizzazione totalizzante?
Ci vorrebbero competenze e conoscenze pluridisciplinari per rispondere a questi interrogativi, io non le posseggo, suggerisco pertanto una mia, forse discutibile, interpretazione.
Ritengo infatti che esista un collegamento tra criterio – obiettivo – condizionamento sociale, ben chiaro nella mente pensante e qui compare il paradosso: è una mente che offre il pensiero semplificato alla società, è vero, ma è una mente che PENSA e anche bene, con logica sottile, capacità critica e raffinate abilità nell’individuare le calamite sociali che attraggano, livellino, semplifichino ed evitino la fatica di pensare.
Per ragionare bene è importante diffidare degli automatismi, dei pregiudizi e delle euristiche, scorciatoie di pensiero che ci consentono di giungere a delle conclusioni senza ana-lizzare a fondo i problemi, stra-tegie rapide ed economiche per il cervello.
Ora la simbologia del filo spinato; un filo che blocca, che fissa e che cristallizza le dicotomie, le spine fanno male, pungono, sono dissuasori efficaci nel caso fossimo tentati di scoprire l’altra realtà che potrebbe non essere così semplice, così lineare e così rassicurante perché capace di confermare le nostre convinzioni, anzi con il rischio, invece di attivare la dissonanza cognitiva *.
Ecco la spina che rende impermeabili le barriere: il cambiamento infatti richiede riflessione, analisi rigorosa, coraggio, spirito innovativo, umiltà nel riconoscere che il nostro modo di considerare le persone, l’ambiente, le intera-zioni professionali e i rapporti sociali spesso sono contami-nati da giudizi affrettati, ridutti-vi ed escludenti.
Torniamo al termine DICOTOMIA che ne richiama un altro: etichetta e qui mi soffermo sulla polarità buono - cattivo, intanto non esiste il buono assoluto e il cattivo assoluto come categoria mentale e, inoltre, non è possibile con un unico aggettivo rendere ragione della dimensione umana, della molteplicità del reale e della complessità sociale.
Le etichette servono per distinguere prodotti e merci, l’essere umano non è un barattolo di marmellata o una confezione di biscotti con relativa scadenza.
SONO UN UOMO
Non un consumatore,
non una striscia pedonale e non mi va di essere calpestato,
non un’eco che sa solo ripetere,
non un’oca che galleggia in certi pro-grammi e siti,
non una nuvola che cambia ad ogni refolo di vento, non un pesce morto portato dalla corrente.
SONO UN UOMO
Non voglio sciuparmi.
Pino Pellegrino
Un uomo da non sciupare, da non imprigionare con un asettico aggettivo, da non ridurre a mera etichetta che ne soffochi la straordinaria ricchezza interiore e l’insondabile mistero
Esempi di DICOTOMIE e tante domande.
SCUOLA BUONA - SCUOLA CATTIVA
È buona la scuola che seleziona in base a prestazioni omologanti e “recinta ogni difficoltà in disturbo?”.
È cattiva la scuola che, consapevole della sua grande responsabilità educativa, sa accompagnare la persona-alunno attraverso un processo di insegnamento - apprendimen-to ritmato dai termini relazione – empatia – competenza pedagogica e disciplinare evitando recinti, isole e livellamento?
O viceversa?
BAMBINO BUONO - BAMBINO CATTIVO
Il bambino buono è quello modellato su standard di comportamenti che scambiano l’adesione passiva e superficiale alle convenzioni sociali per bontà? Il bambino consenziente che dice sempre “sì” ma che non sa porgere aiuto ad un compagno in difficoltà? Il bambino che non disturba, non si muove se non a comando, un bambino trasparente, finto, di plastica?
Il bambino cattivo è quello visibile e timbrato soltanto per i suoi insuccessi e, mai per le sue capacità? È il bambino irrequieto perché non sa manifestare in modo diverso la sofferenza nel sentirsi giudicato, escluso, spesso marchiato con la frase terribile: “Sei sempre il solito”?
Lui naturalmente entra nella parte del sempre il solito, è la profezia che si autoavvera e così il giudizio dell’adulto è confermato pienamente, si sa gli adulti non sbagliano mai.
Il bambino cattivo è quello che riesce a proiettarsi nella realtà e a coglierne le eventuali incongruenze, che sa soccorrere un amico dimostrando di essere un bambino vero?
O viceversa?
Concludo con il termine
NORMALITÀ, anche questa parola è afflitta da pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni; la normalità spesso è definita attraverso categorie restrittive, dai confini netti e ben delineati tali da non lasciare intravedere le mille luminose e straordinarie sfaccettature del reale e chiude, talvolta in modo perentorio, i nostri discorsi: “Non è normale”
Parola-cancello
"Nonna cosa vuol dire
un bambino normale?"
"C'era una volta"
rispose la nonna,
"un signore orgoglioso e potente.
Fece un giardino di rose
le più belle del mondo
e la durezza di un muro
teneva il mondo lontano.
Bussarono al suo cancello
trifogli e violacciocche
papaveri e ranocchie
e un bastardino strabico e allegro
e mille erbe curiose.
Non poterono entrare
'normale' è una parola-cancello..."
Mario Bolognese
Cerchiamo dunque di farci pungere dal filo spinato entrando nello spazio delle dicotomie per conoscere meglio gli altri, noi stessi e il mondo: cerchiamo di forzare con determina-zione, il cancello per godere della variegata bellezza e dell’inebriante profumo di altri fiori: occorre avere un pensiero il più lungo e il più largo possibile, lungo nel tempo, nel futuro e largo nello spazio delle DIFFERENZE e delle ALTERITÀ.
Grazie per l’attenzione e Buon Natale
Silvana Alessandria

*Dissonanza cognitiva: “Concetto introdotto da L. Festinger per descrivere la condizione di individui le cui credenze, nozio-ni, opinioni contrastano tra loro … può nasce-re per l’ esperienza passata che ha creato convinzioni che mal si accordano con nuove esperienze… la dissonanza si riduce attraver-so il mutamento della propria opinione e del proprio comportamento:” (DIZIONARIO di PSICOLOGIA –Galimberti).